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Carta: la storia |
| L’industria della carta è antichissima. È ormai provato che l’invenzione si deve ai Cinesi (forse nel sec. II a.c. ; oggi però molti attribuiscono questa scoperta a Ts’ai Lun, nel 105 d. C.), dai quali il prodotto emigrò nel Vicino Oriente presso gli Arabi. I Latini appresero l’arte di fabbricare la carta dagli Arabi che l’introdussero nei loro spostamenti verso la penisola Iberica. Si possono perciò trovare tre periodi nella storia dell’arte cartaria mediterranea: periodo arabo, periodo arabo-italico, periodo fabrianese. |
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Primo periodo della storia della carta Il primo periodo comprende la fabbricazione coi sistemi arabi applicati nel Vicino Oriente, in Egitto, nel Marocco, in Spagna nella cartiera di Xativa (S. Felipe in provincia di Valencia) di cui si hanno notizie fin dal 1173.
Secondo periodo: inizio della fabbricazione in Italia Il secondo periodo è più oscuro e meno sicuro, e rappresenta il ponte di passaggio che va dalla carta fabbricata coi sistemi arabi, a quella ben nota fabrianese. In questo periodo se ne sarebbe iniziata la fabbricazione in Italia e precisamente in Sicilia. Altri parlano invece della Liguria.
Esistono infatti dubbi sulle carte dei notai genovesi e sulla originalità del Regesto di Federico conservato a Napoli, e del privilegio palermitano del 1140 contenente l’istituzione della Regia Cappella di S. Pietro fatta da re Ruggero, del quale esistono due esemplari, uno membranaceo e la copia sincrona su carta tinta in violetto e scritta con lettere d’oro.
Altro documento del genere è custodito nella Reale Cappella Palatina di Palermo, che C. M. Braquet afferma non contenere né lino, né canapa, né cotone. Altro documento normanno, scritto in greco e arabo, datato a Messina nell’anno 1109, è conservato nell’Archivio di Stato di Palermo, e così altri ancora. L’origine è però controversa e non riesce a testimoniare l’esistenza di un’arte cartaria locale.
Terzo periodo: fabbricazione fabrianese Possono essere, questi, documenti cartacei di origine orientale. Il terzo periodo è più chiaro e sicuro. Esso riguarda la fabbricazione fabrianese di cui si hanno prove precise. Come quest’arte sia giunta a Fabriano non è possibile asserire con certezza.
Si cita un documento del 1272 conservato nel convento di Monte Fano (Comune di Fabriano). Il vescovo Aurelio Zonghi ricorda un documento matelicese del 1268 dal quale si desume che a quella data già si faceva commercio di carta in Fabriano. Però il Gasparinetti obietta trattarsi di pergamena e non di carta in senso moderno. Difatti si tratta di carta rasa e la rasatura si effettuava solo sulla pelle di pecora.
Tuttavia da quello stesso documento matelicese si prova altresì che assieme alla carta rasa si faceva acquisto, nel 1268, di vera carta: si fa menzione infatti di una spesa di otto denari pagata ai « filiis petri tardutii pro quatuor foliis carte bambace pro notrio commanis ». Mentre le pergamene acquistate erano, in questo documento, indicate a numeri, per la carta invece il contabile usa sempre la precisa parola « foliis ». Ciò suffraga l’ipotesi che in un comune vicino a Fabriano già si acquistasse carta fin dal 1268 e poiché solo Fabriano lasciò tracce di questa antica produzione, può logicamente ammettersi che quella carta menzionata nel documento fosse di fabbricazione fabrianese.
I cartai appaiono però in documenti fabrianesi solo nel 1283, se nonché l’arte di fabbricare carta appare in Fabriano ben prima della fine del sec. XIII. Ma anche altrove, a Venezia, a Genova, a Padova, a Bologna, la carta era in uso prima del 1270. Trovasi infatti nell’Archivio di Stato della Serenissima un «Liber Comunis» conosciuto come «Liber plegiorum» compilato dagli scrivani del Minore Consiglio dall’anno 1223 al 1228 composto di carta vergata.
E che la carta fosse in uso a Venezia nel XIII sec., lo si desume pure da Marco Polo. Egli parla di carta nel suo passaggio per S.Giovanni d’Acri (1271) senza stupirsi di trovarla, quindi vuol dire che la conosceva già a Venezia. Per quanto riguarda invece Padova, uno « Statutum vetus conditum ante millesimum ducentesimum trigesimum sexunm » prescrive «Instrumentum factum in carta ( glossary ) bambacina non valeat nec fides adhibeatur eidem ».
Per Genova abbiamo la testimonianza del notaro Giannireo di Prendono conservata in quell’archivio notarile e datata 1235, con la quale un certo Gualterus Englesius s’ingegnava a fabbricare carta con Menso di Lucca, e un secondo atto del 1253 dello stesso notaro parla di acquisti di carta da parte di un certo Simone di Chiavari.
La carta ai suoi inizi era proibita Gli strumenti e i documenti importanti dovevano esser scritti « o in pergamena » (o « in perga menum »). Da documenti siciliani poi si deduce anche che, fin dal 1087-95, la cancelleria normanna rilasciava i suoi privilegi su carta, la cui esistenza e uso i Normanni avevano appreso in Sicilia dagli Arabi.
Come l’arte di fabbricare carta sia passata nelle Marche, non è chiaro. Alcuni sostengono che qui sia giunta a opera dei Crociati, ma mancano documenti in proposito. Può darsi che gli stessi Arabi l’abbiano importata, come sostiene il Gasparinetti. Comunque è certo che i fabrianesi la perfezionarono di molto. Essi applicarono il maglio o pestello per ridurre lo straccio in fibra; introdussero la gelatinatura con colla animale e scoprirono il mezzo per creare la filigrana. Gli Arabi battevano gli stracci entro i mortai con maglio a mano, onde ridurli in polpa.
I Fabrianesi cercarono un mezzo più celere per la triturazione dello straccio e aumentare la produzione. Al maglio originale furono applicate modifiche, quali la testa in pietra e la disposizione in batterie di magli, sicché la fibra delle antiche carta fabrianesi risulta più omogenea nella sua lunghezza. Anche la collatura ( glossary ) è migliorata e l’imperfetto collaggio arabo venne sostituito con collatura alla gelatina animale.
Questo processo permise di migliorare di molto la carta atta a scrivere e di rimuovere l’ostracismo contro di essa. Mentre la collatura araba a base di amidacei non resisteva al tempo e faceva deteriorare lo scritto (ecco la ragione della lotta contro la carta ), col nuovo sistema di collatura animale non vi fu più sviluppo di microrganismi distruttori e la carta vittoriosamente s’impose. Sicché dopo la metà del sec. XIII cessarono praticamente gli editti contrari all’uso della carta cui abbiamo fatto cenno.
Anche la filigrana è di origine fabrianese Pure la filigrana è di origine fabrianese. La scoperta, secondo il senatore Miliani, pare dovuta al caso. Un filo che nella forma metallica durante la lavorazione si era staccato e piegato lasciando il segno sul foglio di carta, può aver suggerito l’idea di dare a questo filo una forma definita. La carta era infatti fino all’invenzione della macchina continua del francese Robert (1799), perfezionata dall’inglese Fourdronier, prodotta col metodo della forma o tino.
Formata la pasta l’operaio “prenditore” immergeva la sua forma in un tino pieno di pasta e ricavava un foglio molle e di spessore più o meno uniforme a seconda dell’abilità dell’operaio stesso. La forma era un doppio traliccio formato da rete di fili metallici entro i quali si “schiacciava” la pasta. L’acqua fuoriusciva e restava il foglio molle.
Se sul piano della forma intrecciata da questi fili si applicavano disegni con fili metallici cuciti o fissati, appunto su la forma, dopo la pressione usciva sul foglio la filigrana per la presenza appunto di una sezione a maggior spessore. Lungo il disegno il foglio risulta più compresso, più sottile e in trasparenza appare perciò la filigrana.
Dallo studio delle filigrane pare che esistessero a Fabriano, attorno al 1300, ben 15 fabbricanti di carta. Nel Medioevo industria della carta comprendeva i maestri cartai, che erano i veri fabbricanti proprietari di cartiere (mulini da carta ). I cialandratori ( da cialandra, che era l’utensile per lisciare la carta, donde la moderna calandra) erano gli apparecchiatori o allestitori (satinatori, piegatori, impaccatori, ecc.). Si trovano infatti spesso negli archivi menzioni di «cialandratori e aparechiatori de charta bambagina››. Infine c’erano i mercatori di carta, ossia i grossisti.
I cartai italiani impiantarono fin dal 1400 aziende all’estero, ma questa esportazione di arte italiana fu spesso ostacolata e impedita dagli stessi comuni. Troviamo la presenza dei Fabrianesi un po’ ovunque, all’estero come in Italia. Anche nel regno di Napoli nel 1481 un Silvestro da Fabriano era « maystro de cartera de Sarno ››.
Fra le più celebri cartiere fabrianesi, devesi ricordare quella di Pietro Miliani (1744-1817), discendente da antichi cartai, che diede nuovo impulso all’antica arte fabrianese che da due secoli era andata in decadenza (tra il 1500 e il 1711) Con Pietro Miliani collaborò Giambattista Bodoni. La cartiera Miliani è tuttora un complesso organismo che conserva la tradizione delle antiche fabbricazioni a mano completata da quelle a macchina moderna per produzione ordinaria. Dalla seconda metà del secolo scorso la produzione della carta avviene su scala industriale e non più solo artigiana.
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